Sondaggio APPE ad un mese dalla riapertura di bar e ristoranti: senza nuovi aiuti governativi e degli enti locali sopravvivenza a rischio

È una fotografia decisamente negativa, quella che emerge dai risultati del questionario che l’Associazione Provinciale Pubblici Esercizi  ha “somministrato” ai propri associati, titolari di imprese di bar, ristorazione, pizzeria, pasticceria e locali serali ad un mese dalla riapertura, avvenuta il 18 maggio.

«Ci sembrava opportuno tracciare un bilancio dell’andamento delle attività – dichiara il Segretario APPE Filippo Segato – e, al di là di qualche piccola sorpresa, il quadro che si delinea conferma quanto sapevamo già, sulla base delle decine di telefonate disperate che ci arrivano ogni giorno dagli esercenti».

Effettivamente, c’è poco da essere felici: se, infatti, la pressoché totalità degli esercizi (98,6% per la precisione) risulta attualmente aperta, gli incassi del primo mese “post-lockdown” sono, se paragonati allo stesso periodo dell’anno scorso, in calo di oltre il 50% per tre attività su quattro, con punte di -70% ed oltre di fatturato per un terzo degli intervistati.

«Si deve considerare – conferma Segato – che il periodo a cavallo tra maggio e giugno è, storicamente, quello dei banchetti, delle feste di fine anno scolastico, di fine stagione sportiva, eventi, manifestazioni all’aperto: tutte attività ora sospese e rinviate a data da destinarsi. Per i pubblici esercizi che appartengono a queste “filiere”, pensiamo ai ristoranti per i matrimoni, alle pizzerie per le cene di classe, alle pasticcerie per i dolci da cerimonia, quest’anno il fatturato è stato decimato».

Una crisi di fatturato che sembra derivare soprattutto dalla mancanza di determinate tipologie di clientela: in primis i lavoratori/pendolari (che “pesano” per circa il 44%), seguiti dai residenti (29%) e, solo al terzo posto, dai turisti (19%), per concludere con gli studenti universitari (8%).

«Molte aziende – spiega Segato – stanno ancora facendo lavorare i propri dipendenti da casa, in modalità remota o “smart” come si dice oggi. Questo comporta che il dipendente non fa colazione in pasticceria, non pranza al bar, non si prende un caffè durante la pausa, né un aperitivo a fine giornata. Se non si inverte la rotta, e si ritorna a frequentare gli uffici, per determinati pubblici esercizi sarà la catastrofe. Per quanto riguarda il consumo dei “residenti”, probabilmente si tratta di un po’ di timore a frequentare i locali, che attanaglia soprattutto le fasce d’età senior, quelle più a rischio in caso di infezione. Desidero sottolineare per l’ennesima volta che i pubblici esercizi sono tra i luoghi più sicuri, visto che sono attività sottoposte a stringenti regole sanitarie, ben prima dell’emergenza Covid e sono costantemente controllate dalle Autorità».

Numeri negativi che si ripercuotono direttamente sui posti di lavoro: solo un locale su quattro (27%), al momento, ha “richiamato” dalla cassa integrazione più della metà dei dipendenti; i lavoratori del restante 73% sono stati richiamati solo in parte o per nulla.

«Ricordo – sottolinea il Segretario – che i pubblici esercizi sono attività ad alta intensità di manodopera: ogni locale impiega, ma forse sarebbe meglio dire impiegava, in media 5 dipendenti, per oltre 15.000 lavoratori nella nostra provincia. Ad oggi, ci risulta che oltre la metà siano in cassa integrazione».

Un capitolo specifico del questionario è dedicato espressamente ai finanziamenti bancari, al centro delle polemiche, nelle ultime settimane, per le difficoltà di ottenimento da parte delle imprese. E, nel caso dei pubblici esercizi padovani, qualche sorpresa non manca.

«Abbiamo rilevato – conferma Segato – che solo la metà degli esercenti, il 53% per la precisione, ha chiesto una qualche forma di finanziamento, mentre il 47% al momento ha preferito attendere, anche considerando che i prestiti garantiti dallo Stato si possono richiedere fino a fine anno. Evidentemente, alcuni esercenti hanno preferito “smobilizzare” risparmi personali, piuttosto che ricorrere al credito bancario, magari anche perché spaventati dalle lungaggini riportate dai media. È il segnale che, tutto sommato, alcuni esercizi hanno una certa solidità finanziaria, che dovrebbe poter permettere loro di affrontare anche i prossimi mesi, che sicuramente saranno decisivi per l’intera categoria».

L’APPE, infatti, non nasconde il fatto che “il peggio deve ancora venire”.

«È proprio così – conferma il Segretario – se consideriamo che tra settembre e dicembre, se non verranno introdotte nuove, auspicate, agevolazioni, si dovranno pagare le imposte e contributi dei mesi precedenti, oltre a quelli dei mesi di competenza, si dovranno richiamare, e quindi stipendiare, tutti i dipendenti, non ci saranno più crediti d’imposta, riprenderanno i pagamenti dei finanziamenti bancari e gli incassi probabilmente non saranno sufficienti a coprire tutte le spese. Per questo, chiediamo con forza che Governo ed enti locali, ciascuno per la propria parte, si facciano carico delle richieste delle imprese di azzeramento, e non mera sospensione o rinvio, delle imposte che gravano sulle attività».

L’ultima domanda del questionario verte sullo stato d’animo degli esercenti e riguarda la soddisfazione, al di là degli aspetti economici, nella riapertura: in questo caso il 68% dei titolari è comunque “molto” o “abbastanza” soddisfatto di avere ripreso la propria attività, mentre il 24% è “poco” soddisfatto e solo l’8% lo è “per nulla”.

«Le risposte – conclude il Segretario – confermano che per gli esercenti gli aspetti relazionali, il rapporto con i clienti, contano tanto quanto gli aspetti economici. Molti, in queste settimane, ci hanno confidato che, pur se in perdita, sono felici di essere tornati finalmente a lavorare, aver rialzato le serrande e ripreso ad accogliere la clientela. Adesso, la loro preoccupazione va ai collaboratori, che da molti esercenti sono considerati quasi dei familiari, e alla ferrea volontà di riuscire a non licenziare nessuno».

 



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