Giovedì, 01 Ottobre 2015 14:46

Buoni pasto, al peggio non c'è mai fine

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E c’è anche una società emettitrice che non paga le fatture.

Oltre alle commissioni, adesso spunta pure l’obbligo del “POS” con relativi costi esorbitanti

L’APPE aveva lanciato l’allarme ancora in tempi non sospetti, quando tutti parlavano del “ticket elettronico” come unica strada per porre rimedio a un settore, quello dei buoni pasto, in cui gli utilizzi illeciti dei buoni cartacei avevano, di fatto, distorto il mercato, a tutto danno degli esercenti.

«Siamo di fronte a un provvedimento che ci dà qualche speranza, ma abbiamo anche tanti dubbi su come verrà interpretato dalle aziende emettitrici», dichiarava diversi mesi fa il Dirigente dell’Associazione Provinciale Pubblici Esercizi (APPE) di Padova Matteo Toniolo e, in effetti, i suoi dubbi si sono in seguito tristemente materializzati.

Le ditte emettitrici (le maggiori su scala nazionale si contano sulle dita di una mano) non riescono a trovare un accordo per un lettore unico di schede e, così, gli esercenti che vogliono dare un servizio ai consumatori, devono dotarsi di cinque o sei “macchinette” con tutti i relativi costi.

«È proprio così – conferma Toniolo – per ogni emettitore dobbiamo avere un POS specifico e, per ognuno di questi, dobbiamo pagare un canone mensile che varia tra 5 e 20 euro».

Facendo due conti, avere un POS per ogni emettitore, all’esercente può costare fino a 800 euro l’anno, costi che in questo periodo sono davvero insostenibili.

«La cosa assurda – prosegue il rappresentante dei baristi e dei ristoratori – è che, oltre al canone mensile, le ditte emettitrici ci chiedono anche un fisso per ogni “strisciata” che transita attraverso il POS, oltre ovviamente alle “normali” salatissime commissioni».

Alla fine dei conti, all’APPE stimano nel 25% il costo che l’esercente deve sostenere per ogni pagamento incassato con i ticket: il 10% è il costo della commissione da riconoscere alla ditta emettitrice, un altro 3% è il costo a singola “strisciata”, un altro 10% è il costo relativo alle tempistiche necessarie all’incasso dell’importo fatturato, infine un 2% è il costo dovuto alla gestione del sistema, compresi i controlli sui pagamenti effettivamente percepiti.

«Già – sospira Toniolo – ci sono ditte emettitrici che fanno le “furbette” e giocano sul fatto che gli esercenti non sempre hanno il tempo di controllare i bonifici che arrivano in banca… capita quindi che, a fronte di una fattura di mille euro, vengano pagati soltanto seicento o settecento euro… E se l’esercente non si accorge della differenza?».

Una ditta emettitrice, tristemente nota tra gli esercenti, invece i pagamenti proprio non li effettua. «Siamo intervenuti – conferma Toniolo – ben tre volte, nel corso degli ultimi mesi, nei confronti di un’azienda che non pagava le fatture degli esercenti: grazie all’intervento dell’APPE i soldi sono arrivati, ma solo minacciando di adire le vie legali. Non è possibile che si debba costantemente ricorrere all’avvocato per tutelare i propri diritti».

Gli esercenti sono ormai al limite dell’esasperazione. «Ogni giorno – assicura Toniolo – riceviamo telefonate di baristi che ci supplicano di risolvere questa situazione, ma purtroppo non possiamo fare altro che monitorare lo stato delle cose e segnalare a chi di dovere cosa non va…».

In questi mesi l’APPE ha scritto ai parlamentari padovani, ai sindacati, alla Cassa di Risparmio e a MPS Antonveneta (che sono tra i maggiori utilizzatori di buoni pasto), addirittura al premier Matteo Renzi, per sensibilizzarli al problema, ma non ha ricevuto alcuna risposta da parte dei suoi interlocutori.

«A questo punto – la butta sul ridere Toniolo – non ci resta che Papa Francesco, cui chiedere un miracolo!».

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