Mercoledì, 02 Agosto 2017 09:17

Buonipasto, da settembre 2017 al via il doppio listino

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«Scatterà a partire dall'inizio del mese di settembre – esordisce Filippo Segato, Segretario dell'Associazione Provinciale Pubblici Esercizi (APPE) di Padova – la clamorosa azione di protesta dei baristi che accettano i "famigerati" buonipasto. Sarà a "macchia di leopardo" e coinvolgerà per prima la zona di "Padova Uno"».

«Gli imprenditori stanno soccombendo da anni – prosegue Segato – a causa dei comportamenti spregiudicati degli emettitori che alzano il tetto delle commissioni, aumentano il contenzioso sui rimborsi, dilazionano il pagamento delle fatture ed "inventano" servizi aggiuntivi per fare cassa».

«E' arrivato il momento di stopparli prima di capitolare – gli fa eco Matteo Toniolo, consigliere di Presidenza APPE, esperto della materia, che da anni assiste i colleghi in difficoltà – il doppio listino prezzi premierà i consumatori che pagano in contanti rispetto a chi presenta il ticket. Del resto la gestione dei buoni pasto implica costi aggiuntivi come accade, ad esempio, per la gestione del servizio al tavolo».

Ma perché si è scatenata la protesta dei baristi?

«Il meccanismo del buono pasto è presto spiegato – puntualizza Segato – il datore di lavoro, che vuole svolgere un servizio sostitutivo di mensa, acquista i ticket dalle ditte emettitrici con un forte sconto sul prezzo "nominale" del buono. Ad esempio, un buono da 5 euro, viene acquistato dal gruppo bancario, dall'imprenditore privato o dall'ente pubblico, a 4 euro o poco più. A questo punto, le ditte emettitrici riversano questo sconto direttamente sull'esercente, pretendendo delle commissioni anche fino al 12-14%, divenute ormai insostenibili».

«Se a questo – prosegue il Segretario – si aggiungono i tempi di rimborso lunghissimi (fino a 90 giorni), gli oneri per il conteggio, la fatturazione e spedizione dei buoni pasto tramite "assicurata", i costi aggiuntivi per fantomatici servizi come "rinnovo contratto" o "gestione fatture", il conto è presto fatto: all'esercente il buono da 5 euro viene rimborsato con una decurtazione tra il 20% e il 30%».

Cosa chiede l'APPE?

«La cosa più semplice – risponde Segato – ovvero che il buono pasto torni a svolgere il servizio per cui era stato pensato e per il quale, è giusto ricordarlo, gode di agevolazioni fiscali. Vale a dire che il buono pasto deve tornare a essere un "servizio sostitutivo di mensa": con le tecnologie attuali è molto semplice dare vita a un circuito di buoni elettronici (smart card) che siano spendibili solo negli esercizi pubblici, solo nel giorno in cui il lavoratore è in servizio e solo nell'orario di pausa pranzo. Stop alla spesa del sabato mattina al supermarket, stop alla rivendita dei blocchetti di ticket su Ebay e stop al passaggio di buoni da marito a moglie o tra colleghi».

L'APPE sottolinea che in Francia, dove sono nati i buoni pasto, il 95% del mercato è veicolato attraverso buoni elettronici e solo un 5% (fisiologico) passa attraverso ticket ancora cartacei: esattamente il contrario di quanto accade in Italia. In un mercato che vale 2,5 miliardi di euro all'anno, evidentemente a qualcuno interessa che la situazione non cambi.

Per quanto riguarda i buonipasto elettronici la situazione è comunque ugualmente critica, dal momento che le ditte emettitrici (le maggiori su scala nazionale si contano sulle dita di una mano) non riescono a trovare un accordo per un lettore unico di schede e, così, gli esercenti che vogliono dare un servizio ai consumatori, devono dotarsi di cinque o sei "macchinette" con tutti i relativi costi.

«È proprio così – conferma Toniolo – per ogni emettitore dobbiamo avere un POS specifico e, per ognuno di questi, dobbiamo pagare un canone mensile che varia tra 5 e 20 euro».
Facendo due conti, avere un POS per ogni emettitore, all'esercente può costare fino a 800 euro l'anno, costi che in questo periodo sono davvero insopportabili.

«La cosa assurda – prosegue il rappresentante dei baristi e dei ristoratori – è che, oltre al canone mensile, le ditte emettitrici ci chiedono anche un fisso per ogni "strisciata" che transita attraverso il POS, oltre ovviamente alle "normali" salatissime commissioni».

Alla fine dei conti, all'APPE stimano nel 25% il costo che l'esercente deve sostenere per ogni pagamento incassato con i ticket: il 10% è il costo della commissione da riconoscere alla ditta emettitrice, un altro 3% è il costo a singola "strisciata", un altro 10% è il costo relativo alle tempistiche necessarie all'incasso dell'importo fatturato, infine un 2% è il costo dovuto alla gestione del sistema, compresi i controlli sui pagamenti effettivamente percepiti.

«Già – sospira Toniolo – ci sono ditte emettitrici che fanno le "furbette" e giocano sul fatto che gli esercenti non sempre hanno il tempo di controllare i bonifici che arrivano in banca... capita quindi che, a fronte di una fattura di mille euro, vengano pagati soltanto seicento o settecento euro... E se l'esercente non si accorge della differenza?».

Una ditta emettitrice, tristemente nota tra gli esercenti, invece i pagamenti proprio non li effettua. «Siamo intervenuti – conferma Toniolo – diverse volte, nel corso degli ultimi mesi, nei confronti di un'azienda che non pagava le fatture degli esercenti: grazie all'intervento dell'APPE i soldi sono arrivati, ma solo minacciando di adire le vie legali. Non è possibile che si debba costantemente ricorrere all'avvocato per tutelare i propri diritti».

Dal prossimo 1° settembre, quindi, troveremo i prodotti più diffusi al bar (caffetteria, ma anche brioche e panini, primi piatti e insalatone) a prezzo "pieno" per chi paga con i buoni pasto e a prezzo "scontato" per chi paga in contanti.

«In pratica – conclude Segato – i singoli esercenti decideranno quanto differenziare il valore tra le due modalità di pagamento, anche perché come Associazione non possiamo certo fissare i prezzi dei prodotti».

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